La lettura immediata del fenomeno delle scuole occupate ci orienta verso considerazioni ovvie trattandosi di consuetudini più o meno consolidate nelle singole istituzioni scolastiche.
Mi pare però che fatta questa premessa si possa anche leggere all’interno del fenomeno anche un malcontento generale motivato, visto che la protesta coinvolge anche gli alti gradi d’istituzione accademica su tutto il territorio nazionale.
Possiamo davvero parlare di disimpegno e di violazione del diritto allo studio dei giovani quando in realtà i docenti e il personale addetto ai servizi scolastici già da quest’estate hanno manifestato il loro disagio di fronte a provvedimenti che privano molti dell’unico mezzo di sostenimento del proprio nucleo familiare?
Di fatto dal mese di settembre si sono susseguiti scioperi del personale e assemblee sindacali.
È un problema solo di pochi e non di tutta la comunità? È un problema soltanto dei lavoratori o anche degli utenti?
Ritengo che debba essere possibile in un paese democratico esprimere il proprio dissenso seguendo le forme consentite legalmente. A scuola si impara ad esercitare correttamente la partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese a cui tutti siamo chiamati a dare un contributo nella salvaguardia del diritto di espressione e se è il caso di protesta. Se non si frequentano le lezioni volentieri, dobbiamo anche chiederci il perché, forse non è solo voglia di vacanze.
Non credo nella concorrenza fra le varie libertà inclusa quella all’insegnamento.
Credo che tutte le libertà se tali possono coesistere. Credo al dialogo costruttivo e sereno con la comunità studentesca e al miglioramento dei servizi durante il normale svolgimento delle lezioni. Dalla didattica alla valutazione alla formazione, davvero, la scuola italiana è ancora molto lontana dagli obiettivi che si è proposta. Il fatto che ogni tanto famiglie e studenti se ne rendono conto può spaventare. Oggi la scuola è percepita come luogo dove ci si stanca dietro le verifiche incalzanti fine a se stesse che si sono via via centuplicate. Un luogo dove si richiede sempre di più agli studenti di essere all’altezza della situazione e si da sempre di meno in formazione, relazione, ascolto e spesso anche contenuti, in un’età invece, nella quale i bisogni taciuti e mortificati giocano un ruolo decisivo nell’ sviluppo globale della persona.
E non mi riferisco certo ad un “completo svolgimento del programma” concetto non più compatibile con la individualizzazione dei programmi e con il rispetto degli stili di apprendimento di ciascuno alunno, richiamati con forza all’attenzione dei docenti dalla normativa in vigore.
Mi riferisco all’esercizio di una libertà di insegnamento che rinunci a metodologie obsolete e sappia assicurare a tutti un adeguato apprendimento, cercando di ottimizzare il tempo scuola e che faccia tesoro anche di un’esperienza di protesta valorizzando il pensiero divergente costruttivo.
L’unico in grado di guardare con possibilità al futuro.
Giuseppa Calò
in “La Rocca” Periodico della Fondazione Culturale G. Arnone, anno XVI, dicembre 2010